• Dicembre 2024 •

Prima di questo libro di Federico Faggin, lessi il precedente (Irriducibile), e mi colpì il percorso di quest’uomo di scienza (inventore del primo microprocessore) che ha investito tutta la parte della vita successiva al raggiungimento del successo e della fama nel cercare di capire cos’è la coscienza. Nel libro Oltre l’invisibile riprende i temi del precedente e, per sua stessa ammissione, cerca di renderli più chiari e comprensibili. Basa le sue considerazioni su fondamenti scientifici, ma cerca di andare oltre i limiti della fisica, introducendo le esperienze personali che spesso cita nelle conferenze. Nei suoi libri ho trovato diversi termini che ho dovuto comprendere prima di poter assimilare del tutto cosa cercasse di trasmettere, e in questo passo proverò a condividere questi approfondimenti con te. Il primo di questi termini è qualia, che sono

le sensazioni e i sentimenti con cui la coscienza esperisce l’informazione che viene da fuori e la comprensione e il significato che vengono da dentro.

Per capire meglio pensa alla sensazione che vivi assaporando un particolare gusto di gelato o contemplando un’opera d’arte. I tuoi sensi percepiscono qualcosa fuori di te, e qualcos’altro al tuo interno gli associa un significato, mentre la coscienza fa esperienza dell’intreccio di queste due parti. Questa esperienza sarà diversa per ognuno di noi, perché

a suscitare le emozioni non sono le cose, ma le nostre rappresentazioni delle cose.

La rappresentazione crea la percezione e la percezione viene confusa con la realtà. Se questo meccanismo ci è chiaro è possibile in prima battuta cambiare la rappresentazione per ottenere una nuova percezione, più adatta a farci rendere conto che possiamo erodere la rappresentazione per avvicinarci alla realtà e farne esperienza senza filtri mentali.

Per approcciarsi a questi concetti è necessario aggiungere altre definizioni dell’autore, che vanno tenute in considerazione per comprendere il prosieguo. Faggin richiama nel suo libro tre spazi, che definirò utilizzando le sue parole:

  • Spazio-C, lo spazio della coscienza, è uno spazio semantico che contiene il mondo interiore di tutti gli enti coscienti
  • Spazio-I, lo spazio dell’informazione, è quello che i fisici chiamano “realtà fisica”
  • Spazio-F, lo spazio fisico, non ha una realtà oggettiva ed è in gran parte elaborato dai sensi e dal cervello di un organismo vivente, e percepito dalla coscienza che lo controlla come se fosse la realtà fisica

La vera realtà fisica è lo spazio-I, strettamente collegato allo spazio-C come due facce della stessa medaglia, mentre lo spazio-F è l’esperienza del mondo fisico vissuta nella coscienza del nostro ego. Confondiamo lo spazio-F con tutto quello che c’è, e al suo interno crediamo anche all’esistenza del tempo, che nella prossima sottolineatura viene considerato in un altro modo.

Pensiamo che il presente si muova “nel tempo”, dal passato al futuro, mentre in realtà non è così, perché il passato non esiste più e il futuro non esiste ancora. La nostra esperienza nello spazio-C avviene unicamente nel presente. E l’impressione che ci sia un “movimento del tempo” dal passato al futuro sussiste solo se abbiamo creato una memoria della nostra esperienza a cui abbiamo accesso nel presente.

Mi ha sempre affascinato l’idea di un continuo istante presente, in cui accediamo alle informazioni che abbiamo “salvato” in noi, relative a esperienze che erroneamente collochiamo nel passato per creare un’auto-narrazione consistente con il nostro ego, che Faggin definisce così:

L’ego è quella parte-intero della seity che si identifica con il corpo al punto tale da credere di essere il corpo. La creazione dell’ego, secondo me, fa parte della programmazione del corpo da parte della seity, programmazione che potrebbe avvenire durante le ultime fasi della gestazione e durante il primo anno di vita. Io penso che molto probabilmente, durante questo periodo, la seity faccia da supervisore al training delle reti neurali del cervello. Lo scopo è che esse imparino ad avere quel particolare atteggiamento verso il mondo che induca il corpo e l’ego a manifestare nel mondo fisico ciò che la seity vuole conoscere di sé.

Ecco spuntare un altro dei termini che l’autore usa spesso: seity. Questo vocabolo è un quasi-neologismo (esisteva come termine filosofico, ma non applicato agli ambiti descritti da Faggin) utilizzato per indicare “campi quantistici con coscienza e libero arbitrio”. È normale che un fisico utilizzi termini a lui familiari per spiegare sinteticamente cosa intende, ma è altrettanto normale che un concetto come questo non sia facilmente comprensibile per tutti. Proverò a spiegarti cosa (penso) intenda l’autore e lo farò attingendo ai nuovi punti di vista che mi ha dato un libro che ho finito di leggere mentre stavo scrivendo questo passo. Donald Hoffman, in L’illusione della realtà, dice che siamo agenti coscienti come lo sono anche altri agenti che non consideriamo tali. Un animale ci pare cosciente, ma un insetto, una pianta, un organismo monocellulare, un sasso o un elettrone, via via ci sembrano meno eleggibili, solo perché non possediamo le giuste “icone” che rappresentano tale caratteristica. Ecco, quindi, che parti-intero con le stesse proprietà del Tutto agiscono e fanno esperienza di sé, per il bisogno della Coscienza (unica) di conoscere il proprio Sé attraverso le coscienze degli agenti (non solo quindi esseri umani o “viventi” nel senso comune del termine). Le seity di Faggin sono quindi equiparabili agli agenti coscienti di Hoffman. Diverse coscienze fanno diverse esperienze, a diversi livelli. Abbiamo la fortuna (anche se non ha senso definirla così in un contesto potenziale dove tutto ciò che può avvenire esiste già) di avere una coscienza che ci permette di “guidare” le esperienze che vogliamo fare, anziché “subire” una presunta realtà (percepita) scolpita nello spazio-tempo in cui crediamo di essere immersi.

Si deve sempre partire da un’idea di ciò che si vuole. Le variazioni casuali non possono creare un’idea che non esiste ancora. Esse possono servire solo se una coscienza capisce quelle che possono essere utilizzate per realizzare un’idea che già esiste.

Sono le forme-pensiero la genesi di ciò che poi esperiamo. Non è quel qualcosa “là fuori” che genera esperienze “dentro di noi”. Questi confini netti fra fuori e dentro ci vincolano in una concezione limitante di noi stessi.

Siamo seity/ego che interagiscono con il mondo fisico classico mediante un corpo, anche se non esistiamo nello spazio-tempo in cui il corpo opera. Il corpo può essere paragonato a un drone semiautonomo che opera in una realtà virtuale all’interno dello spazio-I simbolico.

Ogni persona che ha un’idea non comune, attraverso le sue metafore, prova a farci comprendere qualcosa che vada oltre il pensiero dominante. Che si tratti di icone rappresentanti la realtà, che ci danno una chiara visualizzazione del loro significato pur non essendo l’informazione che rappresentano, o un drone che ci permette di “vedere” chiaramente uno spazio-tempo che non abitiamo, ogni spunto può essere quello che si insinua nel punto esatto in cui il nostro sistema di credenze è predisposto ad accoglierlo. Possono raggiungerci centinaia di pensieri, ma è solo quello che fa per noi che incrina i nostri schemi mentali e predispone un nuovo punto d’osservazione su ciò che ci circonda. Mettiamo in primo piano sempre la vista, ma sono tutti i sensi che comportano la nostra percezione fisica della (presunta) realtà. Quando però capiamo che questa percezione del corpo è solo l’esperienza di una coscienza che si trova su un altro piano, possiamo ampliare la nostra visione complessiva.

Noi ci comportiamo in modo meccanico ogni volta che, pur avendo libero arbitrio, lasciamo che sia il corpo a decidere algoritmicamente, sulla base di ciò che ha imparato da noi e che già sappiamo. Quando invece interveniamo per cambiare la decisione automatica, il nostro intervento non solo è creativo, ma insegna anche qualcosa di nuovo al corpo.

Il nostro corpo è il mezzo fisico per racchiudere tutte le informazioni e le esperienze fatte dalla nostra coscienza. Può guidarci nella giusta direzione con una risposta automatica per salvarci la vita, ma con la stessa sicurezza può “vivere” per conto nostro tutte le scelte che costituiscono una dopo l’altra la nostra esistenza nel mondo duale. Nasciamo incondizionati, ma fin da subito proviamo, osserviamo cosa succede, mettiamo da parte la percezione di causa ed effetto e procediamo in questo modo. Andiamo avanti fino a che abbiamo due possibilità: riutilizzare un passato schema di causa/effetto senza più porci il problema della scelta, oppure farla (consapevolmente) quella scelta, anche se non è la prima che il nostro corpo ci suggerisce (o impone, a seconda della forza del modello predeterminato che abbiamo creato). L’aver “salvato” da qualche parte dentro di noi questi schemi di causa/effetto ci dà inoltre l’idea che ci sia un passato in cui siano avvenuti e un futuro che dipenderà dalla scelta che stiamo compiendo. Su questa linea di pensiero ritrovo l’ultima sottolineatura, che non è riferita a un pensiero dall’autore, ma riporta una citazione di C. S. Lewis che ci ricorda che in qualsiasi momento possiamo cambiare ciò che siamo diventati, per diventare chi siamo veramente.

Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio, ma puoi iniziare dove sei e cambiare il finale.

Non sono completamente d’accordo con questa affermazione perché se è vero che spesso erroneamente siamo i primi a dire “sono fatto così” oppure “ormai è troppo tardi per cambiare le cose”, l’idea di un finale è sbagliata.

Non c’è un inizio. Non c’è una fine. C’è solo la storia, già esistente in ogni spazio e in ogni tempo, in cui la coscienza fa esperienza per comprendere il Sé.

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